Donne in sciopero nelle strade di Zurigo durante lo sciopero nazionale delle donne del 14 giugno © KEYSTONE/Str

Le donne votano! 1971-2021: 50 anni di diritto di voto per le donne svizzere

Bisognerà attendere 123 anni dalla Costituzione federale del 1848 e 3 anni dallo scoppio dei movimenti sociali in Europa del 1968 perché la Svizzera conceda alle sue cittadine il diritto di voto a livello federale. Un fatto sorprendente per un Paese prospero e pacifico come il nostro? Non veramente, se analizziamo il suo particolare sistema politico e il contesto di quell’epoca. Ripercorriamo la storia della lotta per l’uguaglianza in Svizzera in compagnia di Sylvie Durrer, la «signora Parità» della Confederazione.

La strada che ha condotto alla conquista del diritto di voto e di eleggibilità delle donne in Svizzera è stata piuttosto lunga e tortuosa. Si deve infatti attendere il 7 febbraio 1971, quando il 65,7 per cento degli uomini svizzeri vota a favore di un emendamento della Costituzione federale che in futuro avrebbe permesso alle donne svizzere di godere dei loro stessi diritti politici. In Svizzera, le donne hanno dunque potuto votare ed essere elette a livello federale 53 anni dopo che in Germania, 52 dopo l’Austria, 27 dopo la Francia e 26 dopo l’Italia .

Sylvie Durrer

«La Svizzera è una democrazia giovane», afferma Sylvie Durrer. La direttrice dell’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo ci riporta al contesto conservatore dell’epoca e ci ricorda che un primo tentativo a livello federale era stato respinto nel 1959, quando il 66,9 per cento dei cittadini svizzeri aveva rifiutato l’accesso alle urne e ai seggi politici per le donne e solo i Cantoni di Ginevra, Neuchâtel e Vaud lo avevano accettato. Ma lo stesso anno si apre una prima breccia nella fortezza conservatrice: le donne vodesi e di Neuchâtel ottengono il diritto di voto e di eleggibilità a livello cantonale. Ginevra segue nel 1960.

Una dinamica globale...

Il nostro Paese, che mantiene un’impronta tradizionalista dopo le due guerre mondiali, viene influenzato dalla dinamica globale sulla questione dell’uguaglianza; dinamica che induce l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a dichiarare il 1975 Anno internazionale della donna. I progressi di quegli anni non maturano per caso, spiega Sylvie Durrer: «Dove ci sono disuguaglianze ci sono sempre anche persone pronte a denunciarle e a combatterle. Dietro i movimenti egualitari che fervono dal 1950 al 1970 ci sono anni di lotta continua». Quella per i diritti delle donne era in atto da tempo. Ne è un esempio la petizione del 1929 a favore del suffragio femminile a livello nazionale, che raccoglie quasi 250 000 firme, delle quali circa un terzo di uomini.

Ci vorrà del tempo prima che questa dinamica s’imponga anche nella Svizzera centrale: a livello cantonale e comunale la partecipazione delle donne alla vita politica è raggiunta pienamente solo il 26 novembre del 1990 quando anche l’ultimo Cantone, ovvero l’Appenzello Interno, introduce il suffragio femminile a seguito di una decisione del Tribunale federale che stabilisce che i termini «cittadini» e «Svizzeri» utilizzati nella Costituzione cantonale dell’Appenzello Interno devono includere anche le donne.

Comitato d'azione per i diritti di voto delle donne, 1968 © Fondazione Gosteli, collezione di manifesti
Comitato d'azione contro il diritto di voto delle donne, 1968 © Fondazione Gosteli, collezione di manifesti

...e una Svizzera di irriducibili

Questa concessione piuttosto tardiva del diritto di voto e di eleggibilità alle donne è dovuta in gran parte al sistema politico svizzero che, da un lato, accorda grande autonomia amministrativa ai Cantoni e ai Comuni e, dall’altro, coinvolge il popolo – all’epoca esclusivamente maschile – nelle decisioni su questioni fondamentali che implicano una modifica costituzionale. Detto in altre parole: l’introduzione del diritto di voto e di eleggibilità per le donne a livello federale, cantonale e comunale richiedeva a ogni passaggio la maggioranza dei voti degli elettori (uomini) oltre che la maggioranza necessaria dei Cantoni a livello federale. «È soprattutto questo imperativo di una maggioranza cantonale che ostacola la dinamica del cambiamento con, nel centro del Paese, roccaforti molto conservatrici che temono una messa in discussione del modello della famiglia tradizionale», spiega Sylvie Durrer. Nel 1971 sono ancora otto i Cantoni e Semicantoni della Svizzera centrale che rifiutano il diritto di voto e di eleggibilità delle donne: Appenzello Esterno e Interno, Glarona, Obvaldo, Svitto, San Gallo, Turgovia e Uri.

Oltre al contesto dell’epoca, segnato dalla «digestione» economica e sociale delle due guerre mondiali e dal conservatorismo imperante, il ritardo della Svizzera sulla questione dell’uguaglianza di genere è quindi più legato alla sua organizzazione politica piuttosto che alla sola morsa del patriarcato. Un sistema presidenziale o parlamentare avrebbe permesso di imporre «dall’alto» questi diritti politici fondamentali, e le donne svizzere ne avrebbero beneficiato sicuramente prima.

Associazione svizzera per il suffragio femminile, 1950 © Fondazione Gosteli, collezione di manifesti
Associazione svizzera per il suffragio femminile, 1950 © Fondazione Gosteli, collezione di manifesti

Una democrazia viva e radici profonde

Ma la Svizzera trae anche solidità dal suo sistema, certamente più lento, ma anche più radicato. Sylvie Durrer ne è convinta: «La forza della Svizzera risiede nel dibattito sociale reso possibile dal suo sistema. Abbiamo la fortuna di avere una democrazia viva e partecipativa. Gli argomenti vengono messi sul tavolo e discussi in maniera democratica fino a giungere a una decisione: il risultato è quindi ben radicato, basato su accordi forti ai quali tutte e tutti hanno potuto partecipare». È un valore svizzero su cui si può fare affidamento.

Altri esempi? Sylvie Durrer cita questioni sociali molto sensibili, come la soluzione dei termini (aborto) votata nel 2002 o i congedi di maternità (nel 2005) e di paternità (nel 2020). «I diritti accordati nel nostro Paese sono accompagnati da campagne di informazione e dibattiti politici». Gli scambi di vedute, talvolta molto duri, costituiscono una base che permette alla popolazione di maturare le proprie idee prima di recarsi alle urne. Questo aspetto è uno dei punti di forza della Svizzera che non va trascurato nell’analisi dei progressi – lenti ma profondi – in materia di diritti sociali.

Sylvie Durrer ci assicura: «Dal 1971 abbiamo fatto una serie di piccoli passi concreti – e non solo simbolici – che hanno cambiato e cambiano la vita delle persone». Tanti progressi graduali. 

Comitato per il riconoscimento dei diritti politici delle donne svizzere, 1971 © Fondazione Gosteli, collezione di poster
Comitato per il riconoscimento dei diritti politici delle donne svizzere, 1971 © Fondazione Gosteli, collezione di poster

«Salario, tempo, rispetto»

Salario, tempo, rispetto è uno degli slogan scanditi il 14 giugno 2019 durante lo sciopero delle donne in Svizzera, che ben rappresenta le elevate aspettative di oggi sul piano dell’uguaglianza, aspettative di fronte alle quali la nostra politica dei piccoli passi può risultare frustrante. «Quest’anno non festeggiamo, bensì commemoriamo i 50 anni di diritto di voto delle donne», puntualizza Sylvie Durrer. Come abbiamo visto, in un lasso di tempo relativamente breve sono stati fatti molti progressi, ma c’è ancora parecchio da fare per raggiungere la parità anche nei fatti. Le sfide che la Svizzera deve affrontare includono la parità salariale, la conciliazione della vita familiare con quella lavorativa e la rappresentanza delle donne nelle funzioni e nelle posizioni di responsabilità, in particolare nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. 

Queste sfide sono cruciali perché riguardano in maniera diretta l’autonomia finanziaria delle donne, il benessere delle famiglie, l’equilibrio di genere nei consessi decisionali, la visibilità delle donne e il loro ruolo esemplare per le generazioni future.
Sylvie Durrer conclude la sua retrospettiva ricordando il quinto obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, secondo il quale non esistono società pacifiche, prospere e sostenibili se non è realizzata l’uguaglianza fra donna e uomo. Al riguardo la «signora Parità» ci fornisce una prova: «Dal 1971 la prosperità in Svizzera non è calata, al contrario. Il nostro Paese se l’era cavata bene fin lì, e ha fatto ancora meglio da quel momento in poi. Fino a oggi, con le donne che svolgono un ruolo importante nella lotta contro la pandemia».

Donne che manifestano in piazza St. Francois durante lo sciopero nazionale delle donne il 14 giugno 2019 a Losanna © KEYSTONE/Jean-Christophe Bott
Donne che manifestano in piazza St. Francois durante lo sciopero nazionale delle donne il 14 giugno 2019 a Losanna © KEYSTONE/Jean-Christophe Bott

 

Top image: Donne in sciopero nelle strade di Zurigo durante lo sciopero nazionale delle donne del 14 giugno 1991 © KEYSTONE/Str


Image portrait : Sylvie Durrer